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                 RIVOLUZIONE INGLESE E POTERE SOVRANO

Alla morte di Elisabetta I, l’Inghilterra si trovava senza eredi. Arriva al potere Giacomo, figlio di Maria Stuart, prendendo il nome di Giacomo IV di Scozia e I Stuart. Questo re unisce le corone di Inghilterra, Irlanda e Scozia, governando con una visione assolutistica del potere monarchico. Inoltre, ritiene di essere sul trono per volere di Dio. Accentra su di sé potere e decisioni, tenta di rendere l’Inghilterra una monarchia assoluta. Dal punto di vista religioso, Giacomo, tende a sostenere e rafforzare la Chiesa Anglicana, anche per motivi politici. Per portare avanti la sua monarchia assoluta, Giacomo attua una politica severa, con alte e numerose tassazioni. Proprio la sua politica porta alla nascita di numerosi oppositori. L’opposizione si divide in tre ambiti: religioso, economico e politico. Opposizione religiosa: in Inghilterra c’erano diverse minoranze religiose protestanti, come i calvinisti (puritani) e i presbiteriani. Tali gruppi non accettavano le decisioni religiose del re, volevano eleggere da soli i propri vescovi, cosa che non succedeva perché era Giacomo ad eleggerli. Opposizione politica: questa opposizione è portata avanti dal parlamento, a cui viene limitato il potere. La maggioranza religiosa del parlamento è vicino alla Chiesa Calvinista. Opposizione economica: le forze economiche vivevano con fastidio l’eccessiva tassazione del sovrano. Giacomo non sosteneva questa classe sociale, ovvero i piccoli e medi borghesi. Si sentono oppressi da Giacomo, per questa ragione nascono delle tensioni all’interno della società inglese. Piccoli gruppi di protestanti abbandonano l’Inghilterra. È famoso il gruppo di puritani che si imbarcano e arrivano sulle coste del Massachussets, a Mayflower, fondando le colonie inglesi in America. I padri pellegrini sono dei puritani radicali. Giacomo muore nel 1625, il suo successore è Carlo I. Assomiglia molto a Giacomo per quanto riguarda la politica. Da subito, entra in contatto con il parlamento. Diverse volte lo chiude, però, nel 1628, deve riconvocarlo perché ha bisogno della sua approvazione per imporre nuove tasse e ricevere dei soldi. Il parlamento deve approvare le tasse da imporre ai cittadini. Tuttavia, il parlamento scrive la petizione in cui criticano le mosse del sovrano, come le sue imposizioni, economiche e religiose. C’è un affronto tra re e parlamento. Carlo chiude il parlamento senza riconvocarlo per 11 anni. Per guadagnare soldi, il re, utilizzava strani atti, come quello che obbligava alle città portuali di pagare una tassa per mantenere la loro flotta. Decide, in seguito, di imporre questo atto a tutte le città. Nel 1639 il sovrano, con l’aiuto di William Loud, arcivescovo di Canterbury, continua a rafforzare la Chiesa Anglicana. In Scozia, però, si era diffusa la religione calvinista come religione nazionale. Gli scozzesi si ribellano con le armi alle imposizioni di Re Carlo. Nei primi attimi di guerra, gli scozzesi hanno la meglio sulle forze reali, conquistando anche alcuni territori. Il parlamento entra in guerra appoggiando la causa dei calvinisti scozzesi. Nel 1640 il re è costretto a riconvocare il parlamento per ricevere l’approvazione di nuove tasse e mantenere il suo esercito. Dopo un mese il parlamento è chiuso, prendendo il nome di “corto parlamento”. Nell’autunno del 1640 apre nuovamente il parlamento, prendendo il nome di “lungo parlamento”, difatti dura fino al 1653. Nel 1641 scoppia una ribellione in Irlanda. Si ribellano alla presenza degli inglesi. Ci sono numerosi massacri degli irlandesi da parte degli inglesi. Dopo questi avvenimenti, le rivolte in Irlanda aumentano ancora di più. Nel 1642 entra in battaglia il parlamento, tuttavia, il tentativo di esso di riportare l’ordine fallisce, così che i parlamentari decidono di scappare. Qui, vi è l’inizio della guerra civile. Ci sono due schieramenti: il sovrano, nobili e cattolici, e poi c’erano i parlamentari, medio o basso borghesi, puritani e calvinisti. Si lottava per ottenere una repubblica e per abolire la proprietà privata. In questo momento entra in scena una nuova figura, Oliver Cromnwell. Cromnwell era puritano, decide di riformare l’esercito facendo sì che fossero proprio i militari a eleggere i loro comandanti, mossa fondamentale perché riesce ad unire, anche religiosamente, lo schieramento rivoluzionario. Dopo numerosi scontri, Carlo viene catturato nel 1647 ed è reso prigioniero. Adesso, l’esercito parlamentare deve decidere cosa fare dello stato, se trasformarlo in una monarchia parlamentare o in una repubblica. Per prendere questa decisione si organizza un dibattito, nel 1647, chiamato I dibattiti di Putney. Si riuniscono diversi esponenti, anche di diverse classi sociali, e ovviamente, era presente il leader Cromnwell. Oltre a discutere riguardo alle sorti dell’Inghilterra, ci sono anche altre tematiche. Ad esempio, i rappresentanti dei ceti più poveri chiedono di poter votare, di avere più diritti. C’è un gruppo radicale che vuole rivendicare i diritti del popolo chiamato Petty, troviamo Rainborough, sostenitore del patto del popolo esposto da Petty. Questi due fazioni volevano prendere parte alla vita politica, anche con il diritto di voto, perché, secondo loro, se una persona non vota per la creazione di un governo non ha neanche il diritto di rispettarlo e riconoscerlo. Ireton, invece, è un sostenitore di Cromnwell, e dice che storicamente hanno votato solo i ricchi perché sono coloro che hanno possedimenti, hanno qualcosa per cui devono sempre tentare di fare il meglio per la nazione e per i propri interessi. L’unico diritto che un nullatenente ha in terra inglese è quello di respirare e di vivere sul suolo della nazione d’oltre manica. Per i nobili, questi due diritti sono gli unici diritti inalienabili che possiede un abitante di un ceto basso. Ireton ha una visione di Stato molto assolutistica, elitaria, che riguarda tutti gli ambiti, politico, economico e religioso. Sexby, sostenitore di Rainborough, espone una teoria egualitaria che diceva che tutti avessero il diritto di voto perché avevano fatto la guerra civile per liberarsi del tiranno, tuttavia, la sua opzione venne prontamente declinata da Cromnwell e i suoi funzionari. Re Carlo viene decapitato e Cromnwell iniziò a guidare il parlamento. Tuttavia, la sua idea di protettorato divenne ben presto una tirannia, con una visione centralizzata e assolutistica del potere e forti repressioni degli oppositori. Proprio durante il contesto storico della rivoluzione inglese nasce e sviluppa il suo pensiero uno dei più grandi filosofi del ‘700, teorizzatore del potere assoluto, ovvero Thomas Hobbes. La sua concezione di potere assoluto è fortemente marchiata dal contesto storico in cui vive, difatti l’instabilità politica e sociale della nazione data dai dissidi tra parlamento e re lo portano a sviluppare idee assolutistiche, che si riflettono anche nelle sue opere. La prima cosa che spiega Hobbes è come nasce lo stato, dicendo che nasce per garantire un bene collettivo, distanziandosi da ciò che venne detto all’interno dei dibattiti di Putney, in cui lo Stato era semplicemente l’unione di tutti coloro che avevano dei possedimenti sul suolo inglese. Dopo di che, Hobbes scrive Behmot, un libro ispirato dalla guerra civile vista negli anni ‘40 del 1600, in cui dice che lo Stato deve impedire la disgregazione del popolo, e che per essere unito, un popolo, ha bisogno di un leader massimo, come poi lo sarà Cromnwell dopo lo scompiglio creato dalla guerra. In contrapposizione a Behmot, mostro biblico che rappresenta il disordine, Hobbes scrive il Leviatano, un altro mostro biblico, secondo solo a Dio, è colui che vuole riportare l’ordine dopo la guerra civile. Prima di parlare del Leviatano, bisogna spiegare cosa fosse lo stato di natura per Hobbes. Per lui lo stato di natura, in cui tutti hanno tutto o possono avere tutto, è uno stato profondamente negativo. Questa uguaglianza in cui tutti hanno tutto sfocia nell’anarchia e nella guerra, dunque, c’è bisogno di imporre dei limiti, delle regole, altrimenti lo stato di natura non può esistere. Hobbes dice che la teoria politica liberale è una teoria che al massimo può andare bene in uno stato di normalità. Se c'è qualcosa che mette in pericolo la salvezza della popolazione, è evidente che il liberalismo non serve più, non saprebbe cosa fare. Il liberalismo vuole un popolo libero, ma in una guerra è più importante salvare la comunità, la collettività non si deve sfaldare, quindi c’è bisogno di un potere forte, assoluto. Il libro fondamentale è il Leviatano, il mostro a tre teste, un mostro biblico. Il leviatano è una metafora dello stato, è colui che deve portare ordine all'interno della società. Il frontespizio è caratteristico perché è una perfetta analisi di tutto il libro. Innanzitutto, l'immagine è divisa in due. Nella parte superiore c'è una città stretta dalle mura con una campagna intorno, c'è un signore enorme con in mano spada e scettro. Indicano potere politico e temporale che, ovviamente, devono essere posti nelle stesse mani. Il signore enorme è una rappresentazione del leviatano, però lo notiamo perché vestito in modo strano. È vestito con un manto di persone. Rappresenta la collettività, l’unione di tutto il popolo, la coesione di una società. In alto sopra la corona del leviatano c'è una citazione biblica molto importante, che dice che sulla terra non c’è alcun potere a cui quello del sovrano possa essere comparato, è superiore a ogni cosa terrena. Il sovrano, per controllare al meglio la nazione, ha a disposizione tutti i mezzi esistenti. Alcuni storici, dopo aver attentamente osservato e studiato la copertina, hanno detto che la città è vuota, è una città in crisi, una città che è stata colpita dalla peste. Difatti, osservando attentamente notiamo due medici della peste. Lo stato esprime la sua vera natura nelle situazioni di emergenza, e ciò si vede anche nella rivoluzione inglese, in cui il popolo si è unito per fronteggiare le truppe reali, c’è stata un’unione naturale data dalle circostanze, in cui hanno collaborato persone e classi con differenti obbiettivi. Anche nella parte inferiore della copertina ci sono delle cose da notare. Ad esempio, al centro c'è una scritta con il titolo del libro. Poi c'è una piccola frase sotto il titolo, in cui c’è scritto che l’opera parla della materia e del benessere per il bene comune. Ai lati del titolo ci sono gli attributi dello stato, aule giuridiche, armi, sono i mezzi con cui il sovrano ha il dovere di affermare il suo potere. In mezzo ai poteri dello stato, inoltre, c'è anche il potere religioso. Troviamo un cappello che sembra papale. Più sotto, invece, c'è una nuvola da cui escono dei fulmini, che rappresentano la scomunica. Questo libro riflette totalmente l’idea di Cromnwell, che inizialmente si erge come eroe e aiuta la causa popolare, salvo poi diventare un sovrano assoluto, rispecchiando in pieno l’ideologia di Hobbes.

RIVOLUZIONE FRANCESE E LIBERALISMO[modifica wikitesto]

        RIVOLUZIONE FRANCESE E LIBERALISMO

Il 1700 è stato il secolo più importante della storia, il secolo dei cambiamenti dettati anche dalle scoperte scientifiche del secolo precedente. È il secolo in cui si sviluppò l’Illuminismo, un movimento filosofico che si diffuse in maniera piuttosto rapida in gran parte d’Europa, specialmente in Francia e che fu elaborato già nel 600 da alcuni filosofi inglesi come Locke ed inoltre da filosofi irlandesi come Francis Bacon e dallo Scozzese Hume. Proprio la Francia trovò negli ideali filantropici di questo nuovo movimento una perfetta armonia con ciò che erano le esigenze politiche e sociali di quella che era la nuova classe emergente: la borghesia. Prima di andare a spiegare nello specifico ciò che accade nel 1789 in Francia, è doveroso andare a distinguere quella che era la società francese, di tipo piramidale, dell’epoca. Ovviamente al vertice vi era il sovrano, il quale veniva poi seguito da ben tre ordini che a differenza di quanto si possa pensare erano ben diversi dalle classi sociali, difatti con ordini si intende una divisione giuridica. Il primo ordine che seguiva il sovrano è quello più importante, ossia il ceto ecclesiastico composto da vescovi cardinali abati e parroci. Quest’ultimo rappresentava una minoranza, difatti erano circa 130.000 su 26 milioni totali, ma nonostante ciò godevano di alcuni privilegi come l’esenzione dalle tasse e la sottrazione ai tribunali statali in favore di quelli ecclesiastici. Il ceto seguente era quello della nobiltà che comprendeva circa 300.000 individui i quali erano esenti dalle tassazioni e avevano privilegi fiscali verso i contadini. Infine vi era il terzo stato, ovvero quel ceto più ricco e variegato di individui, composto da banchieri, medici, avvocati, ma anche da uomini meno ricchi come i contadini e gli artigiani. Come detto il 700 è il secolo dei cambiamenti e a partire dagli anni 70 il sovrano Luigi XVI, per risanare il debito eccessivo dovuto alle tante spese durante la Guerra dei Trent’anni, pensò di emanare una riforma fiscale in grado di abolire i privilegi di cui godevano il clero ed i nobili. Ci provò in vari tentativi, ma fallì anche a causa della troppa fobia di dover affrontare quella che poteva essere una resistenza durissima, la quale si accorse della debolezza del Sovrano e per limitarne il potere, chiesero di convocare gli Stati Generali. Luigi XVI accettò la richiesta e gli Stati Generali furono convocati per il 5 Maggio 1789. Ovviamente la maggioranza era rappresentata dal Terzo Stato con 600 deputati, il quale non accettando il voto per ordine (ossia un voto per ogni ceto), si batté per ottenere il voto per testa (ossia tutti avevano diritto al voto). Purtroppo questa richiesta fece sì che gli Stati Generali si sospesero e ciò portò il Terzo Stato a dichiararsi, il 17 Giugno 1789, Assemblea Nazionale, iniziando così a rappresentare l’intera Nazione e no più il solo ceto sociale. Il Sovrano, molto dubbioso, accettò l’Assemblea Nazionale, nonostante si sospettò che lo stesso volle bloccarla con l’esercito e questa ipotesi portò ad una rottura totale che sfociò nella vera e propria Rivoluzione. Il ceto borghese, seguito poi dai cittadini popolari, il 14 Luglio 1789 decise di imporsi e di attaccare quindi la Bastiglia, vale a dire una prigione ed un deposito armi e simbolo anche del Sovrano Assolutista. Alla fine dell’800, il 14 Luglio divenne la data ufficiale della Rivoluzione Francese e per questo viene festeggiata ogni anno come festa Nazionale. In quell’estate, però, a partire dalla fine di luglio si sviluppò una grande paura. Difatti, i contadini francesi iniziarono ad essere derubati da dei briganti, in pieno accordo con la nobiltà. Ciò portò, come conseguenza ad una reazione violenta e quindi ad una vera e propria rivolta contadina che vide la distruzione delle proprietà nobiliari. Di fronte a questi fatti, l’Assemblea Nazionale, il quattro agosto, molto impaurita decise di emanare una legge per porre fine al feudalesimo in Francia e quindi abolire il lavoro obbligatorio che i contadini dovevano al Signore. Cominciava ad intravedersi la caduta dell’Ancien Régime. Sempre nello stesso mese, pochi giorni dopo (il 26 agosto) si votò per un documento fondamentale per la storia Europea e non solo, si tratta della Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo e del Cittadino. Questo documento fu emanato per evitare di perdere nuovamente di vista, in futuro, i diritti naturali dell’uomo, ovvero quei diritti che si sono dimenticati a causa dell’ignoranza sfociando poi in violenza ed ingiustizie.

Successivamente il cinque ottobre dello stesso anno, a Parigi, venne organizzata una manifestazione di rivolta contro il prezzo del pane. Il corteo era specialmente formato da donne le quali si recarono poi a Versailles scortate da una Guardia Civile con a capo Lafayette (un nobile progressista). Questo corteo riuscirà poi a far spostare l’Assemblea Nazionale da Versailles a Parigi, garantendo così un maggiore controllo. Il sovrano a questo punto era molto restio ad accettare il processo storico che avrebbe portato la monarchia a diventare costituzionale, difatti stava tentando di organizzare una resistenza insieme alle altre corti europee. In seguito, l’Assemblea Nazionale emanò una nuova legge che segnò una spaccatura profonda nella storia della Francia, una legge, La Costituzione Civile del Clero, che prevedeva la sottrazione del controllo, da parte del Pontefice, di quelli che erano i sacerdoti. Con questa legge i sacerdoti divennero funzionari pubblici, eletti da assemblee popolari e pagati dallo Stato. L’obiettivo della Rivoluzione era dunque ben chiaro, si voleva puntare al modello inglese e quindi ad una monarchia costituzionale. Durante questo periodo Luigi XVI commise un errore fatale: fece finta di assecondare la Rivoluzione, nonostante ritenesse quelle condizioni estremamente inaccettabili. Successivamente decise di raggiungere travestito, in carrozza ed insieme alla sua famiglia i nobili per guidare gli eserciti organizzati all’estero, in grado di portare avanti una controrivoluzione. Questo giochino durò ben poco, infatti fu intercettato nei pressi di Varennes (un paesino vicino ai Paesi Bassi, la sua reale meta) e fu riportato a Parigi dalla milizia civile. A questo punto fu messo con le spalle al muro e finalmente riuscì a negare la Monarchia Costituzionale, la quale per poter essere resa ufficiale doveva godere di un accordo tra Sovrano e Parlamento. Si entrò quindi nella fase detta “borghese”, una fase che vide l’abbattimento dell’Ancien Régime e la divisione della Francia in 83 dipartimenti. Inoltre questa fase portò alla stesura della nuova Costituzione, nel 1791 e di conseguenza ad un’elezione per il nuovo Parlamento, esclusivamente composto da una sola camera: l’Assemblea Legislativa. Nei successivi tre anni la Francia entrò in un periodo di guerra, il quale terminò in seguito. Sempre durante questo periodo fu istituito il Comitato di Salute Pubblica e uno dei massimi esponenti era Maximilien de Robespierre, un avvocato soprannominato “L’incorruttibile”. Robespierre era un radicale che tra il 1793 ed il 94 guidò la politica francese tramite l’istituzione di un governo del terrore. Questo stile di governo adottato da Robespierre divenne celebre proprio per l’uso singolare ma anche estremo della ghigliottina, uno strumento che permetteva di poter eliminare quelli che non erano pienamente d’accordo con l’idea politica adottata. Sempre sotto la guida dell’Incorruttibile, si scrisse una nuova Costituzione (nel 1793) che però non riuscirà mai ad entrare in vigore a causa della difficile situazione che affliggeva la Francia. Robespierre, inoltre, era il leader dei Giacobini, un movimento nato durante la Rivoluzione Francese e che si basava su di una ideologia ben chiara: quella di Jean-Jacques Rousseau. Rousseau era un filosofo del 700, il quale credeva fortemente in una democrazia tanto da pubblicare nel 1762 un caposaldo del pensiero democratico: Il Contratto Sociale. Jean-Jacques si ispirò molto alla concezione dello Stato di Spinoza e quindi sul riconoscimento del fatto che la sicurezza di ogni singolo cittadino è data dalla comunità, la quale a sua volta deve cercare di ottimizzare il benessere collettivo. Secondo il filosofo, la nascita della Sovranità si ha nel momento in cui lo stesso cittadino decide di rinunciare alla propria libertà, ai propri diritti per obbedire al Sovrano. Dal canto suo il Sovrano deve cercare di soddisfare degli interessi che secondo Rousseau possono essere distinti in: -interessi generali: ovvero il bene della comunità e dunque ciò che deve essere il bene per l’intera popolazione. - interessi della maggioranza: ossia l’interessi di una sola parte della collettività. Qui ci si potrebbe fermare e pensare proprio al secondo tipo di interesse citato dal filosofo, difatti quest’ultimo ha puntato il dito proprio su uno dei problemi della democrazia, ovvero quello che le decisioni prese da una sola parte della collettività non garantiscono l’interesse, appunto, di tutta la collettività. Mettendo alla luce questo problema, è naturale pensare a come poterlo risolvere e qui Rousseau pone un’altra distinzione, quella rivolta verso un qualcosa che esiste a livello individuale: la volontà, distinta in quella generale/collettiva e quella particolare. Ovviamente per lui una democrazia reale poteva prendere piede solamente nel momento in cui tutti i cittadini si sarebbero spinti ad utilizzare quella che è la volontà generale per quindi dare luogo all’interesse generale, cosa che non può avvenire utilizzando la volontà definita particolare. Secondo Rousseau la democrazia, dunque, tende a utilizzare la volontà particolare e quindi a realizzare quelli che non sono gli interessi della collettività rendendo così difficile la distinzione tra i beni collettivi e quelli individuali. Il vero problema delle democrazie, per Rousseau, è che sono regimi di governo dove il potere non lo ha il popolo, bensì le minoranze organizzate, le quali puntano a convincere, attraverso per esempio la propaganda, l’intera collettività. Il filosofo Jean-Jacques Rousseau fu dunque il primo ad elaborare una vera e propria diagnosi che riuscì ad individuare molto bene quali sono le lacune di questo regime di governo.

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